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La coesione di vicinato che si crea con il condominio di strada può costituire il lievito di nuovi mestieri, servizi di prossimità, economie civili, nel quadro di percorsi di sviluppo locale di tipo partecipativo
La realizzazione del Progetto Condominio di Strada è un’innovazione sociale perché presuppone un mutamento di mentalità e di abitudini negli individui, nella società civile e nella pubblica amministrazione; un mutamento di comportamenti che si può ottenere gradualmente solo con la creazione di fiducia, la condivisione, la formazione e la sperimentazione di nuovi servizi.
Il concetto di innovazione attiene ad un’attitudine mentale, ad una predisposizione psicologica che va alimentata con la ricerca, il confronto, lo scambio di più punti di vista. La sfera tecnologica resta una componente importante ma entra in gioco in schemi relazionali e di condivisione tra soggetti che dialogano alla pari.
L’innovazione diventa innovazione sociale, cioè un nuovo modo di organizzare l’attività umana, dove le potenzialità della vita vengono messe all’opera in un impegno di natura etica. Si tratta di quella innovazione che vuole rispondere a bisogni emergenti delle persone attraverso nuovi schemi di azione e nuove forme di collaborazione tra diversi soggetti. E descrive l’intero processo attraverso il quale vengono individuate nuove risposte ai bisogni sociali con l’obiettivo di migliorare il benessere collettivo.
Vediamo per il Progetto Condominio di Strada quali sono le azioni da realizzare nel processo innovativo che si vuole innescare.
La prima azione da avviare è quella di razionalizzare la presenza di amministratori competenti di condominio. L’amministratore è scelto dalle assemblee condominiali. Se più assemblee condominiali si raccordano tra loro, ci potrà essere un solo amministratore al servizio di una via o di un quartiere, inteso come insieme di abitazioni e infrastrutture costituenti l’unità minima di urbanizzazione.
L’ufficio dell’amministratore diventa così uno Sportello di Strada. Per gestire tale Sportello, l’amministratore deve possedere competenze pluridisciplinari:
L’ amministratore del Condominio di Strada deve interpretare il proprio ruolo come conciliatore, negoziatore e animatore sociale per assumersi la responsabilità nella mediazione dei conflitti e individuare nuove opportunità da proporre ai condomini volte a contrastare i pregiudizi, le diffidenze, l’isolamento e il disagio abitativo, a risolvere le divergenze senza necessariamente ricorrere al giudice, a ridurre i costi di qualsiasi tipo, a puntare al risultato al di là del mero ordine contabile e a migliorare la sicurezza e la qualità della vita degli individui e delle famiglie.
L’amministratore del Condominio di Strada deve collegarsi con il contesto sociale e amministrativo in cui svolge la sua attività. Si tratta di conoscere l’articolazione decentrata della pubblica amministrazione, della rete associativa del Terzo Settore, dei servizi erogati dalle organizzazioni di categoria, dei servizi di prossimità resi disponibili dalla autorità preposte all’ordine pubblico e alla sicurezza.
Tali competenze scientifiche e tecniche e capacità psico-attitudinali si acquisiscono sia con un’adeguata formazione che con una pratica riflessiva, inserita in processi di autoapprendimento collettivo promossi da UPPI e UNIAT impegnati a sviluppare modelli di servizi di alto livello. In questo modo si potrà stabilire un rapporto quotidiano, diretto, faccia a faccia, fondato sulla fiducia e la stima professionale, tra i cittadini residenti e coloro che sono nominati dalle assemblee condominiali non solo per amministrare quanto previsto dalle normative ma anche per badare ad altre esigenze.
Parte costitutiva di smart community
Lo Sportello di Strada, collegato ad una équipe di specialisti, diventa il luogo dove chiedere chiarimenti sui problemi condominiali, ottenere la lettura dei riparti millesimali, far confluire la domanda di nuovi servizi ed essere protagonisti, in quanto cittadini residenti organizzati, alla costituzione di smart community mediante la piena e congiunta utilizzazione dell’intelligenza connettiva, la capacità creativa, la risorsa partecipativa e il legame solidale comunitario. La dotazione di un sito internet permette di accompagnare processi partecipativi, di elaborare e diffondere prontuari per facilitare la comunicazione e vademecum per favorire la civile convivenza e l’interculturalità, di semplificare norme e procedure, di rendere trasparenti i contratti di manutenzione e dei processi di affidamento, di curare l’albo dei fornitori dei servizi: artigiani, imprese, ditte; tutte del quartiere per ottenere una riduzione dei costi e dei tempi d’intervento. Lo Sportello di Strada cura anche la connessione ai servizi digitali informatici, internet e radio televisivi degli immobili migliorando la capacità ricettiva e riducendo i costi.
Servizi di prossimità
Diventando il centro di aggregazione e di confluenza dei bisogni dei cittadini che non trovano risposte efficaci da parte dei servizi erogati dal pubblico o dal mercato – così com’è organizzato attualmente – o che addirittura non trovano alcuna risposta, lo Sportello di Strada potrà favorire la nascita di attività innovative o di rafforzare e riorganizzare attività già presenti nel territorio.
Lo Sportello di Strada va immaginato come punto di rilevamento e di conoscenza dei nuovi bisogni sociali, specie quelli indotti dalle condizioni di povertà in cui la crisi economica ha sospinto una parte considerevole della popolazione. Si tratta di trasformare tali bisogni da domanda latente in domanda esplicita di nuovi servizi.
I nuovi servizi di prossimità che si potrebbero attivare riguardano un’ampia gamma di ambiti, da coinvolgere con una visione intersettoriale e multidisciplinare. Qui si fa solo un elenco a titolo esemplificativo:
L’inverdimento del grigio urbano bonificato
Molti comuni hanno già predisposto dei regolamenti per fruire delle aree verdi. Le iniziative si possono sviluppare anche in aree private per iniziativa dei proprietari o di affittuari. La stessa cosa vale per gli orti sociali che possono nascere in aree verdi pubbliche, private o collettive. C’è un pullulare di tavoli di confronto, in numerose amministrazioni, su questa materia. Manca, tuttavia, una visione d’insieme e, soprattutto, non c’è un approfondimento sulle forme di gestione di beni che appartengono alle popolazioni e che, quindi, non dovrebbero essere privatizzati nemmeno nella forma dell’assegnazione ad associazioni private non lucrative.
Alcuni comuni hanno allo studio progetti di utilizzazione di terreni comunali da affidare a cooperative di comunità o a fondazioni di partecipazione per fare in modo che il protagonismo delle comunità locali abbia una platea la più ampia possibile. Visioni stataliste e burocratiche frenano ancora la ricerca di forme di gestione comunitarie che possano ispirarsi alla tradizione dei demani civici e delle proprietà collettive e, dunque, a forme di reale coinvolgimento dell’insieme dei cittadini di un determinato territorio.
In giro per l’Europa ci sono esperienze molteplici che andrebbero approfondite. Racconta Elena Comelli che in cima ad un palazzo di uffici vuoti costruito negli anni Cinquanta per Philips, lungo un canale nel centro dell’Aia, crescono pomodori, zucchine e cetrioli. Qui è nata la più grande fattoria urbana d’Europa: 1.200 metri quadri di verdure coltivate in serra. Al piano di sotto, al posto delle scrivanie e degli schermi di computer, abita un enorme allevamento di pesci. L’obiettivo è di servire 900 famiglie locali, oltre a ristoranti e a una scuola di cucina. Analogo progetto c’è a Basilea. Aree industriali dismesse e spazi urbani per uffici non utilizzati diventano il luogo dove insediare coltivazioni di ortaggi e piante officinali e allevamenti di pesci. La tecnologia contribuisce a rendere l’agricoltura urbana una prospettiva praticabile. L’idroponica è un sistema chiuso basato sulle sinergie tra le coltivazioni di ortaggi senza terra e l’allevamento della tilapia, il pesce preferito per la sua grande adattabilità ad ambienti diversi.
Per sviluppare tali attività occorre favorire la nascita di vere e proprie imprese di servizi. Si tratta di fare in modo che i cittadini ricevano servizi efficienti a costi contenuti non solo in aree aperte ma anche all’interno delle proprie abitazioni, terrazzi o sui tetti. Catturando CO2 e le emissioni nocive nell’aria, gli orti sui tetti delle case non fanno solo bene all’ambiente e al benessere psicofisico delle persone coinvolte, ma favoriscono anche la biodiversità animale, in quanto gli uccelli possono tornare a nidificare tra i giardini pensili. Inoltre, essi hanno un effetto isolante perché assorbono i rumori del traffico e d’estate riducono il calore di diversi gradi, apportando risparmi notevoli sulle bollette energetiche.
Con una legge recente anche lo Stato italiano sta supportando gli orti sui tetti: essi sono stati, infatti, inclusi nella lista degli interventi di riqualificazione energetica per i quali è prevista una detrazione fiscale del 65%.
L’attività dei tetti “verdi” viene studiata con grande interesse anche nelle Università italiane. È il caso del Centro Studi Agricoltura Urbana e Biodiversità dell’Università di Bologna che, recentemente, ha pubblicato la ricerca Exploring the production capacity of rooftop gardens in urban agriculture, con la quale si è stabilito come più di due terzi degli ortaggi consumati dai bolognesi potrebbero arrivare dai tetti della città. Se tutto lo spazio disponibile nelle case e nei palazzi fosse impiegato per la creazione di orti urbani, infatti, si potrebbero produrre circa 12.500 tonnellate di ortaggi. Lo studio, per la sua importanza, è stato pubblicato anche dalla rivista Science and Evironment Policy della Direzione Generale Ambiente della Commissione Europea.
Anche l’Università del Molise, in collaborazione con l’Associazione italiana verde pensile, è impegnata su tali progetti come a Corviale, un grande condominio pubblico lungo un chilometro che guarda all’Agro Romano. Un progetto di bonifica del grigio (del cemento) da ricoprire con il verde dell’orto senza terra ma in serra idroponica, per l’assorbimento di calore, polveri sottili e acque piovane. L’idea portante – creata da Stefano Panunzi e la sua équipe scientifica – è che “gli alloggi dovranno implementare terminali di sistemi produttivi/riproduttivi alimentati direttamente dai cicli di consumo e di scarto ospitati quotidianamente dall’edificio. Le infrastrutture fisiche, quelle impiantistiche, gli involucri e i vuoti occupabili e inutilizzati, dovranno essere messi a sistema fra di loro per attuare ecosistemi primari e secondari basati sull’economia circolare a km zero, alla scala del condominio residenziale e delle sue aggregazioni di isolato e distretto locale. Il conseguente minor aggravio delle infrastrutture urbane centrali dovrà generare immediate compensazioni fiscali e semplificazioni procedurali autorizzative e certificatorie. La diffusione e l’efficientamento dell’ecosistema digitale nell’ecosistema urbano dovranno incidere concretamente nel più generale ecosistema spazio-temporale quotidiano dell’abitante, aumentando la sua dotazione e la disponibilità di spazio e di tempo per l’affermazione dei propri diritti nel lavoro tradizionale e innovativo e nell’accesso alle risorse relazionali pregiate (salute, istruzione, cultura)”.
Costruzione di reti di economia civile
La creazione di orti sociali sollecita la nascita di farmer market e di gruppi di acquisto solidali (Gas) in collaborazione con produttori agricoli locali. Anche in questo caso si tratta di collegarsi alle reti solidali che stanno nascendo per inserire il Condominio di Strada nei loro sistemi con l’accortezza di creare sinergie coi negozi specializzati del fresco e del bio. Occorre diffondere e favorire lo spirito di collaborazione e di reciprocità, evitando che le iniziative muoiano per via di una competizione spinta. Tra le reti solidali da incoraggiare ci sono anche quelle tra agricolture civili e ristorazione collettiva, mediante la sperimentazione di nuovi modelli di welfare nell’ambito del gusto riflessivo, per usare la felice espressione coniata, alcuni anni fa, da Elena Battaglini rileggendo e connettendo la lezione sociologica di Antony Giddens con quella della tradizione gastronomica mediterranea; un gusto rivolto al futuro, potremmo anche dire; un gusto dinamico, inteso come la dimensione corporea, sensoriale e cognitiva dell’individuo capace di scegliere (o di rifiutare) modalità, luoghi e prodotti di consumo nella mutevolezza dell’agire quotidiano; di interagire con il “rischio costruito”, esprimendo con la propria scelta la fiducia (o la sfiducia) in un’azienda produttrice; di associare le sensazioni concesse dall’esperienza della relazione con un alimento o una bevanda alle motivazioni ideali che possono indurre a sostenere determinati progetti imprenditoriali socialmente responsabili.
Altro settore d’intervento riguarda la creatività, a partire dal graffitismo che ha assunto il carattere di una vera e propria produzione artistica (arte di strada) per decorare le pareti di palazzi o muri di cinta. Nell’ambito della memorialistica della Resistenza, si va diffondendo l’uso di incidere sui mattoni dei marciapiedi delle loro abitazioni il nome dei martiri; un uso che si può collegare ai percorsi storici presenti nei quartieri.
Un ulteriore ambito di attività è l’intermediazione immobiliare mediante la creazione di servizi di assistenza centralizzata per contratti di locazione, di servizi di notariato per rogiti, mutui e usufrutto e di una banca dati a sostegno di compravendite e locazione in affitto, per utenti pubblici e privati.
Un nuovo ambito d’iniziativa è la tutela dei cittadini e delle imprese che vengono vessati dalle banche e dalla pubblica amministrazione finanziaria e hanno bisogno di aiuto. Si tratta di favorire l’educazione finanziaria delle imprese e delle famiglie per la tutela da ogni forma di sopruso da parte di operatori speculativi e di promuovere solidarietà verso le vittime del reato di usura.
Infine, lo Sportello di Strada potrà sperimentare forme di gestione concordata con l’amministrazione comunale della messa in posa e rifacimento delle opere infrastrutturali: gas, luce, acqua, telefono, asfaltatura strade, rifacimento marciapiedi e riqualificazione delle aree verdi e sportive.
Non è facile costruire una progettualità di questo tipo laddove i movimenti populisti cavalcano in modo spregiudicato il disagio urbano: essi drammatizzano il disordine che deriva dall’atomizzazione delle funzioni e dalla distruzione dello spazio pubblico, adottano metodi manipolatori e costruiscono messaggi eticamente inaccettabili.
In mancanza di veri e propri programmi urbani per la sicurezza che poggino su interventi co-progettati dalle amministrazioni pubbliche e le comunità di cittadini, si utilizza il modello esplicativo della “finestra rotta” come un supporto giustificativo alla strategia della “tolleranza zero” ai fini dell’organizzazione del consenso sociale. Una finestra rotta di un edificio se non prontamente riparata determinerebbe la vandalizzazione di un’altra finestra; una cabina telefonica danneggiata inviterebbe a distruggerne altre, e così via. Insomma, il degrado produrrebbe degrado e l’azione vandalica si diffonderebbe rapidamente rendendo ben presto quel territorio inospitale, pericoloso e insicuro.
Ma tale modello esplicativo della genesi e diffusione dell’insicurezza nella città si è rivelato scientificamente erroneo: se è possibile verificare che una cabina telefonica vandalizzata favorisce la distruzione di altre, non è possibile trovare convincente verifica che la presenza di edifici abbandonati con le finestre rotte e altre forme di degrado definisca un territorio urbano insicuro o più insicuro di altri. Il diffondersi del degrado urbano non ha effetti di moltiplicatore sui livelli di sicurezza oggettiva. La strategia della “tolleranza zero” che si è voluta ricavare da questo modello è servita solo a enfatizzare la paura del contatto con la miseria e coi diversi, ma è del tutto inefficace per affrontare il degrado urbano.
Con l’aumento della disoccupazione soprattutto giovanile, le città rischiano di esplodere. I figli e i nipoti di coloro che migrarono dalle campagne centro-meridionali del paese nelle aree urbane, stanno sviluppando un loro modo peculiare di vivere la crisi. Essi stanno subendo un arretramento dei livelli di benessere fino a rasentare la soglia di povertà. La condizione di profonda incertezza rispetto al futuro fa sì che queste persone sviluppino una tipica avversione verso i deboli: non perché c’è in loro il senso del nemico, ma per paura di cadere nello stesso livello. Allora, attraverso l’aggressione al nero, al nordafricano, al bengalese, si stabilisce una distanza rispetto al pericolo di una contaminazione da contatto. È la reazione a questo rischio e a quello di cadere al loro stesso livello. L’avversione contro il più debole è, poi, il bisogno di sfogare le frustrazioni che provengono dalle sfere della società in cui non si può arrivare, calpestando coloro che stanno sotto: creando, cioè, dei capri espiatori. Un rancore verso l’alto che si sfoga verso il basso. È una distorta ricerca di dignità. Su questi sentimenti fanno leva i movimenti populisti per incanalare la violenza verso gli immigrati e la protesta verso le istituzioni considerate le principali responsabili dell’afflusso di stranieri nei quartieri multietnici della città. E nel vuoto che si è creato tra istituzioni e cittadini si sono incuneate nuove mafie che vedono interagire gruppi criminali, spezzoni di pubblica amministrazione e di terzo settore e movimenti xenofobi nella gestione di servizi sociali verso gli ultimi.
Per affrontare seriamente l’insicurezza urbana – come ci insegna Maurizio Fiasco – bisogna incominciare a sperimentare nuove modalità di intervento che poggino su strategie definite in modo razionale e con un approccio interdisciplinare e assumano, come dato strutturale di cui tener conto concretamente: l’emotività delle persone e delle comunità, la percezione dell’insicurezza (processo psichico che elabora e connota simbolicamente le impressioni della realtà ricevute attraverso gli organi di senso), la paura personale di essere vittime di un atto criminale (fear of crime), la preoccupazione sociale per la criminalità che minaccia l’ordine sociale e il “mondo giusto” (concern abourt crime).
In tale ambito, la promozione della coesione di vicinato e della sussidiarietà tra le comunità di cittadini può svolgere sia una funzione di pressione verso le amministrazioni pubbliche perché si dotino di programmi efficaci, sia un’azione propedeutica a strategie pubbliche da implementare in percorsi partecipativi dal basso, sia una qualche difesa preventiva di ulteriore erosione del capitale sociale nei quartieri urbani. In questo modo, si soddisfa il bisogno avvertito in modo latente tra i residenti delle città di una relazione tranquillizzante tra la domanda soggettiva di sicurezza e il servizio dell’offerta di sicurezza.
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